Anne vive

Questo racconto pur essendo frutto della mia fantasia narra di eventi storici, purtroppo realmente accaduti, quindi è verosimile. Ho usato nello scrivere la prima persona singolare con l’intento di testimoniare quanto io avverta nel profondo del cuore il triste significato della parola “Shoah”. Non è solo questo però. Lo scopo è anche di dare un minimo contributo a far sì che in una società dove troppo spesso si perde la memoria e troppo spesso si vive negando l’evidenza dei fatti, i ricordi diventino importanti come la vita stessa.

“Anne vive”

(…per non dimenticare…)

La sedia sulla quale sedevo, di fronte alla tavola imbandita, aveva una zampa più corta e ad ogni mio movimento traballava un po’, un disagio accettabile e da non esternare, visto che ero stato invitato, insieme ad altre persone, a passare il Natale in una splendida proprietà di A. nel sud dei Paesi Bassi, nella stupenda villa seicentesca di una delle famiglie più in vista della cittadina. Questa antica dimora era diventata il punto di incontro tra collezionisti e antiquari di tutta Europa e spesso vi si tenevano convegni di studio, incontri ed assemblee di società museali. Mi trovavo al seguito di un amico, amante dell’arte e collezionista famoso di dipinti fiamminghi del XV secolo. L’occasione era stata una due giorni di full immersion sulla pittura Primitiva nelle ricche Fiandre, un tema che anche a me stava a cuore.

Esther, l’anfitriona della villa, era l’espressione più vera della semplicità e dell’ospitalità olandese, gentilissima, molto simpatica e soprattutto molto colta. Aveva intrattenuto noi tutti parlando d’arte e di musica e i suoi modi erano amichevoli e informali anche se notai che i suoi occhi nascondevano un velo di tristezza. Quella sera prima della partenza, alla fine della cena, dopo aver mangiato uno squisito pasticcio di carne con patate e verdure e dopo aver bevuto un buon bicchiere di Jenever, eravamo tutti molto rilassati e si era creata fra di noi un’atmosfera di sincera simpatia come se ci conoscessimo da sempre. Fu dopo averci fatto accomodare nell’immenso salone riservato agli ospiti che la signora estrasse da un piccolo portagioie d’argento dei foglietti di pergamena e ne consegnò uno a ciascuno degli invitati. Era una sorta di minuto biglietto nel quale, in bella scrittura, si leggevano due parole che apparentemente non avevano alcun senso, “Anne vive”. La signora ci pregò di ascoltarla promettendoci che alla fine della storia tutto sarebbe stato più chiaro. La legna nel grande camino costruito con pietre provenienti dalle cave del vicino Belgio scoppiettava in maniera conciliante, il tepore della stanza era delizioso e l’atteggiamento pieno di mistero che aleggiava nell’aria ci aveva molto incuriosito, così tutti noi ci apprestammo ad ascoltare con attenzione il racconto di Esther.

La padrona di casa si alzò, si diresse verso l’imponente finestra di legno di quercia e guardando fuori un punto non definito del parco iniziò a parlare:

  • «Anche in quella gelida mattina d’inverno del 1944, come Dio volle, aprii gli occhi, ma in verità non avevo mai dormito. Era stato un dormiveglia, quello sì, un dormiveglia come tutte le notti da quando ero stata deportata in quel lager nei pressi di Amburgo. I rumori consueti che accompagnavano quelle poche ore di riposo mi avevano fatto compagnia, avevano scortato ogni mio pensiero. La mia vita oramai era divisa in due tempi: quello prima del lager e quello che stavo vivendo. Per ogni suono mi ero imposta di non associare alcuna similitudine col “tempo prima”, sarebbe stato troppo penoso, a volte ci riuscivo, a volte invece ci cadevo dritta come in un baratro, ed era dolorosissimo. Quella mattina era Natale ed io me ne resi conto, non tanto perché conoscevo la data ma semplicemente perché alcuni di noi che erano ancora giovani di “Campo” ne parlavano. Natale, una parola che facilmente restituiva gli attimi del “tempo prima” ed io, quel giorno, nonostante mi sforzassi, non potevo non pensarci. Rividi la mia casa a ridosso delle sponde del fiume Vistola in un piccolo paese del nord della Polonia, l’orticello dietro la cucina e la strada che arrivava al centro del paese. Nel periodo magico dell’Avvento ogni angolo pullulava di persone che festeggiavano con birra e dolcetti di formaggio, il teatro dei burattini e papà e mamma che insieme ai fratellini più piccoli, intorno al fuoco, cantavano attendendo la prima stella nel cielo. Sulla tavola di abete coperta da una tovaglia bianca e rossa la mamma metteva sempre un piatto in più in attesa di un eventuale ospite sconosciuto. Ero felice. Adesso niente, non esisteva più niente di quanto era stato, solo lontani e nebulosi ricordi. Ogni giorno prima dell’alba, improvvisamente, come una frustata ad interrompere i miei pensieri, ecco la parola che infrangeva ogni sogno, gridata rocamente dal capo baracca: “Aufstehen”. Alzarsi. Ed io mi alzai, anche quella mattina, come ogni mattina, scivolai lungo il legno, in piedi, in attesa della fila per uscire e recarmi insieme agli altri all’appello nel grande piazzale. Sarei stata per ore sotto la neve. Così smisi di pensare a quel “tempo prima” perché, quando iniziava la giornata tutto diventava impossibile, anche i pensieri erano scarni e intorpiditi. Tutto aveva un aspetto diverso, essenziale e sfrondato da ogni inutile artificio. Ogni gesto, ogni azione, anche la più elementare, erano lotta per la sopravvivenza. Anne una ragazza olandese da poco in lager, era la mia vicina di cuccetta, un insieme di assi di legno marcio di orina ed escrementi ricoperte da paglia umida e puzzolente. Ormai mangiava solo la sua razione quotidiana di zuppa e ne traeva le poche forze necessarie per il giorno a venire. Non “organizzava” più come nei primi giorni, quando, superato lo smarrimento del momento, ognuno di noi si procurava ulteriori razioni di cibo in cambio di mille espedienti. Ora no. Ora Anne si stava lasciando morire. Ed era una morte lenta e crudele. In soli due mesi la fame e la fatica per il lavoro disumano nel campo di concentramento, avevano annullato il suo piccolo fisico. Quando la ragazza, con l’ultimo convoglio stracarico di ebrei francesi e olandesi, era arrivata, avevamo fatto subito amicizia. Parlavamo fra di noi sussurrandoci speranze, parlavamo come possono parlare due ragazze adolescenti che si raccontano piccoli segreti. Lo facevamo nelle albe freddissime e buie dell’appello mattutino, durante la marcia all’esterno del campo per il trasporto delle pietre, tra le altre detenute in fila in attesa della zuppa e la sera dopo il ritiro in baracca quando il gelo della notte era smorzato solo dal calore dei corpi e dei fiati degli altri deportati. Era un sistema per farsi coraggio e l’affetto che ci legava l’una all’altra era il modo per sperare e tirare avanti. Anche allora, per Natale, nel piazzale sotto la neve che scendeva copiosa io e Anne parlavamo. -Mi sento male, non ce la faccio più a stare in piedi. – Esclamò ad un tratto. Poi la vidi vacillare, e appoggiarsi lentamente a me. Cercavo di tenerla su, ma era impossibile per le mie forze, rischiavamo di cadere entrambe. Alla fine si sedette e, in basso, nascosta nel “mucchio” delle detenute rimase invisibile alle giovani S.S. che contavano e ricontavano senza fine. Sette volte quella mattina ripeterono l’appello e per uno strano, fortuito caso, nessuno si accorse di Anne. Non posso spiegare come arrivammo alla sera, perché sarebbe come spiegare un miracolo. Infine dopo una giornata di sofferenza e dolore eravamo nuovamente nella nostra cuccetta. Le ore passavano lentamente e il respiro di Anne si faceva sempre più flebile, fu allora che ebbi come un presentimento: sentii che la mia amica sarebbe morta quella stessa notte. Forse anche lei se ne rendeva conto, la luce spenta dei suoi occhi era più eloquente di qualsiasi parola. Così, come si fa con i bambini quando si racconta una storia, iniziai a parlare e presi a raccontarle del mio Natale in Polonia. I nostri visi erano vicini ed io sussurravo al suo orecchio le parole. Lei stava immobile e sono sicura che era felice. Poi ad un tratto, in un debole sussulto che a me pareva dettato dall’agonia, cercò di alzarsi e guardando il soffitto della baracca disse: “Esther racconta quello che è stato. Io ci sarò”. Si lasciò andare ed io sentii il rumore della sua testa battere sulle assi del giaciglio. Vidi una lacrima scendere sul volto scheletrico, ma le sue labbra erano distese in un sorriso sereno.»

Il garbato ospite si interruppe girandosi verso di noi, notai che l’espressione del suo viso era cambiata, vi si leggeva l’immagine di un dolore che la rendeva più vecchia, come se stesse rivivendo quegli attimi lontani che aveva descritto attraverso il suo narrare, poi sospirò e voltando a noi tutti nuovamente le spalle riprese il suo racconto.

  • «Ecco, Anne se ne era andata così nel giorno di Natale del 1944, il mattino seguente entrò in crematorio insieme ad altre migliaia di cadaveri. Solo quattro mesi dopo, nell’aprile del 1945, un tempo che passato in lager equivaleva ad anni, gli inglesi liberarono il campo ed io dopo molte peripezie tornai a casa nella mia amata Polonia. Qualche anno più tardi mi sposai e seguendo mio marito, un famoso antiquario olandese, sono venuta ad abitare qua in questa piccola città dei Paesi Bassi. Ogni Natale, ovunque io mi trovi e con chiunque io sia ricordo Anne e rendo voce con questo strano rito, alle sue ultime parole. È un modo di testimoniare quello che è stato ed imprimere indelebilmente nella memoria il sacrificio di milioni di esseri umani. Sono certa dell’ultimo pensiero di Anne, ella desiderava solo che attraverso i miei ricordi si potesse arrivare al cuore di molti. È come se ogni anno a Natale, assolvendo a questo compito tenga fede a una promessa e lei si materializzasse accanto a me.»

Esther non parlò più, si avvicinò al camino e rimase assente, i suoi occhi lucidi fissavano il bagliore delle fiamme riflesso sulle pareti della grande sala, la stessa sala sulla quale era calato un silenzio irreale, sospeso, pieno di rispetto. A distogliere i nostri pensieri furono i rintocchi del vecchio orologio a pendolo che scandiva le ore. Si era fatto tardi, quella sera era la sera della partenza per i rispettivi luoghi di provenienza, così dopo i convenevoli di rito ad uno ad uno ci congedammo dall’ospite. Al mattino dopo, ciascuno di noi durante il viaggio di ritorno aveva nelle tasche il foglietto di pergamena che racchiudeva una frase adesso intrisa di mille significati.

Oggi, nonostante siano passati molti anni da quel giorno, lo conservo. Ogni Natale, come a perpetrare un atavico rito lo prendo, lo osservo e lo leggo più volte, ripenso ad Anne e alla vita di milioni di esseri umani che la follia omicida dei nazisti aveva cancellato. La sera, da solo, nel silenzio della notte celeste recito una preghiera.

Per non dimenticare.

…gennaio 2021

a.o.

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