Riconoscere l’Inferno

Anche stamani son scappato quassù. In questo pezzo di terra a mèzza còsta dove il soffiare di un vento lontano che viene dal mare pulisce l’aria e fa crescere bene ogni cosa. Son scappato a godermi l’alba e i colori del sole che fanno splendere gli intonaci chiari e lontani della città che sbadiglia e si sveglia. Ogni alba, ogni aurora è diversa e sempre nuova, tinte rosa, arancio, turchese. È un grande privilegio ascoltare il silenzio e assaporare i colori della vita che nasce. Anche oggi. Nuovamente. Giro intorno lo sguardo e ritrovo il mio spazio, limitato e apparentemente confuso nel chiaroscuro dei raggi del sole ma intriso dal verde dell’erba e il bruno del terreno vangato. Tutto è natura ma cosa resta della natura più in là dove finisce il sentiero e comincia la lingua grigio scuro dell’asfalto? L’incuria e la noncuranza dell’uomo verso il creato intaccano tutto. La bottiglia di plastica gettata nel fosso, la carta, la cicca, un pezzo di nailon sono ad indicare uno squallore che ferisce. In fondo, vicino alla curva, intravedo una mascherina protettiva gettata sul bordo della strada. È di colore scuro, una di quelle alla moda, qualcuno se n’è sbarazzato gettandola dal finestrino dell’auto, con un gesto liberatorio, di sufficienza. Forse chi la indossava era ebbro di gioia per aver fatto il vaccino. Forse era l’idea di scagliare lontano insieme alla mascherina anche il virus, di affrancarsi dal contagio, dall’Inferno.

Il ciglio della provinciale non è il posto giusto per quella mascherina, risalta, fa male agli occhi quella macchia nera sul verde intenso dell’erba. Come una mosca che galleggia in un bicchiere di latte.

Intanto il sole si è fatto più alto ed io ritorno al mio pezzo di terra, c’è bellezza, pace, armonia, equilibrio. Sono convinto che il Paradiso ha questa forma. Inferno e Paradiso, due parole, due stati dell’animo che questa mattina hanno come confine ideale il limite di un sentiero erboso e l’inizio grigio dell’asfalto. Il romanzo “Le Città invisibili” di Italo Calvino si conclude con queste parole L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Quello che temo di più è l’assuefazione al dolore, l’assuefazione all’inferno.

L’impegno ad essere vigili e ad avere coscienza, è un esercizio faticoso che richiede continua attenzione ed impegno, mettere ordine nel disordine non è facile, assomiglia molto ad una missione impossibile ma ha il privilegio di aprire la strada alla rinascita e alla speranza. Nella nostra vita siamo incalzati da una precarietà che è poi la radice di ogni paura, oggi ancor di più. Prendiamo coscienza della fragilità di ciò che ci circonda e della nostra fragilità.

L’inferno che stiamo vivendo non è il contrappasso di dantesca memoria ma è legato in qualche modo alla speranza e nell’impossibilità di fuggirne diventa quasi una necessità. Questo inferno è un passaggio obbligato di redenzione fatto di scelte e di attese, di vittorie e di sconfitte, di dubbi e convinzioni, nel saper accettare un male rabbioso e cattivo che ci ha tolto il diritto di un quieto vivere.

Senza speranza c’è il vuoto, la mancanza di libertà. C’è il vivere uno stato, una condizione dell’anima che è già inferno. Ci chiudiamo, diventiamo egoisti, convinti nelle nostre limitate certezze inaridiamo, diventiamo soli, iniziamo a giudicare gli altri senza scusanti mentre siamo sempre più determinati a scusare noi stessi. Non proviamo più compassione, non proviamo pietà. Ecco perché sperare diventa necessario: per continuare ad essere elementi legati fra loro, avere desideri condivisi, essere uomini tra gli uomini.

Il canto del merlo mi distoglie da questi pensieri e ritrovo il mio Paradiso. Getto nuovamente lo sguardo al ciglio erboso della provinciale, la mascherina non c’è più. Forse ho sognato o forse una folata di vento l’ha nascosta alla vista, Mi piace pensare che la natura abbia, come sempre, preso il sopravvento. Questa natura mortificata e derisa l’abbia dissolta. Lo spero proprio. Che sia davvero iniziata la rinascita?

a.o.

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