Cavalieri dalle lance spuntate

Internet insieme al mare magnum di notizie riporta anche quella che il Consiglio internazionale degli infermieri (ICN) ha riferito che 1.500 infermieri hanno perso la vita a causa della pandemia e ad oggi più di 20 mila operatori sanitari potrebbero essere morti a causa del Covid 19 in tutto il mondo. Sono cifre che fanno male, molto male e che, ad oggi, si sommano a quelle spaventose di 1 milione e 250 mila morti in tutto il mondo.

Quel lavoro che sfinisce, dodici, tredici, quindici ore al giorno, turni su turni, l’impossibilità di andare in bagno, a volte senza mangiare, indossando tute, mascherine e scudo protettivo. Quel lavoro che stanca, distrugge, angoscia. Quel lavoro massacrante che diventa sempre più difficile ogni ora che passa. È questo quello che succede agli infermieri, ai dottori, agli operatori sanitari, nei reparti Covid degli ospedali. Poi ci sono i volontari e gli operatori del 118 che lavorano senza sosta e gli uffici delle Asl che devono gestire ed organizzare l’emergenza.  Ma non basta perché fuori ci sono anche i medici di base che, in questo periodo, in attesa delle scorte del vaccino antinfluenzale, sono costretti a scegliere chi immunizzare dando la precedenza alle persone anziane e affette da altre patologie. I medici di famiglia che provano a fare diagnosi su di un virus che ancora non conosciamo e si prendono la responsabilità dell’attesa, che cercano di convincere i loro pazienti a non correre al pronto soccorso al primo sintomo. Questi medici che ricevono centinaia e centinaia di telefonate al giorno alle quali non è possibile rispondere adeguatamente.

Poi ci sono le forze dell’ordine e i militari che devono controllare, monitorare, sedare i disordini degli ultimi giorni, in un contesto sociale dagli animi esasperati. La crisi cresce d’intensità e nonostante le promesse dei nostri governanti non si riesce a vedere ancora la via d’uscita. Le città sono pronte ad esplodere. Il disagio è tangibile. Vivere una situazione d’emergenza come questa è spaventoso e terribile per tutti. Anche per loro.

Mi chiedo: dove sono andati a finire i cartelli che, durante la prima ondata, inneggiavano al loro operato, i canti, gli applausi, le parole buone e gentili che ciascuno di noi gli dedicava?

Sembrano lontani i tempi in cui queste persone venivano definite degli eroi. Perché? Cosa è cambiato? Eppure, come allora, siamo nuovamente piombati in un tunnel di paura e di morte.

La situazione dentro e fuori dagli ospedali si fa ogni giorno più grave mentre loro continuano, con abnegazione, a fare il loro dovere, anzi a svolgere la loro preziosa missione. Cavalieri che combattono contro un drago invisibile che semina morte, cavalieri osannati ma subito dimenticati, cavalieri con mantello, scudo, e lance, spesso con spuntate, e che ogni giorno si fanno sempre più pesanti.

Questo autunno assomiglia molto alla scorsa primavera e tutto, o quasi tutto, è tornato come prima, risalgono i contagi e purtroppo risalgono i morti. Tanti morti. Pensandoci bene solo una cosa è diminuita: l’attenzione verso questi cavalieri eroi. Perché? Ogni tanto facciamocele queste domande. Ogni tanto ricordiamoli con una frase, un pensiero, un sorriso. Torniamo a costruire un comportamento, un’onda di buoni pensieri, la forza di ringraziare e sommergere i cinici, gli indifferenti, la nostra insensibilità. Forse per adesso non riusciremo ad uccidere il drago ma nel condividere il loro operare li faremo sentire meno soli, meno abbandonati. Ci sentiremo tutti vera comunità.

a.o.

La foto in evidenza è di Paolo Miranda.

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