Bisogna conoscere il passato…

In questo primo giorno di gennaio penso a quello che abbiamo vissuto e ho lo sguardo lontano all’anno che inizia e ad altri che verranno. Quando tutto il male che è stato, ed ancora persiste, sarà finito, quando vivremo nella sicurezza rassicurante di un “dopo”, faremo il bilancio di una imprevedibilità nascosta e feroce che ha messo a nudo le nostre vite e le nostre certezze. Sul volto e nel cuore porteremo i segni della sofferenza ma non smetteremo di credere che tutto quello che è successo porterà a una rinascita e, finalmente alla gioia, di tracciare le basi di un nuovo vivere.

L’amico Renato Vagaggini mi manda alcune riflessioni che voglio condividere con voi. Sono tratte da una conferenza del Prof. Alessandro Barbero di Vercelli. Illustrano un periodo della storia che assomiglia molto a quello che stiamo vivendo ma contiene anche un forte messaggio di speranza.

a.o.

“Bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro”

In questo periodo di emergenza epidemiologica i mass media e i social si scatenano nel ricercare parallelismi e paragoni con pandemie dei tempi passati; navigando nel web mi sono imbattuto in uno dei maggiori divulgatori di conoscenza, Alessandro Barbero, professore ordinario di storia medievale al Dipartimento di Studi Umanistici presso università del Piemonte Orientale (Vercelli). Cosa non comune per un divulgatore di una materia come la storia, per molti un insieme di nomi, date e accadimenti spesso difficili da digerire, ha il potere di tenere inchiodato il lettore e/o la platea al suo argomentare.

In questa conferenza ripercorre le tragedie affrontate dal genere umano a causa delle varie pandemie, dai tempi dell’Antica Atene (periodo di Pericle) e dell’antica Roma (II e III secolo) sino alla peste di Londra (1665) per arrivare alle emergenze sanitarie in India e Cina della fine dell’800. Egli indugia, non a caso, a descrivere una delle più terribili, quella che colpi l’Europa nella metà del trecento (1348 per la precisione, ma si trascinò anche oltre….) riducendo, secondo alcuni, la popolazione del vecchio continente a circa la metà; non fece eccezione la nostra penisola e tantomeno la nostra regione quando Firenze, come ci descrive egregiamente il Boccaccio nel suo Decamerone, venne investita dal morbo; anche qui, fonti ci dicono, che un terzo o addirittura metà della popolazione non sopravvisse nell’arco di alcuni mesi. Il professore universitario con le sue conoscenze e prendendo spunto dall’opera del Boccaccio descrive la realtà del tempo e gli sforzi delle autorità per arginare l’emergenza: si affidarono ai consigli dei medici di allora che ancora non avevano ben chiare le cause reali della malattia e cercarono di mitigare gli effetti nefasti del morbo usando il buonsenso. Le autorità sapevano che la peste proveniva da Oriente e che si spostava con le persone, i carichi e le navi, e che quindi presto o tardi sarebbe sbarcata in Europa. Ma al suo arrivo furono colti impreparati (ma guarda un poco!) e solo in seguito incominciarono a prendere provvedimenti: a Firenze fu istituito un ufficio di sanita pubblica (primo esempio nel mondo allora conosciuto), l’immondizia che albergava per le strade incominciò ad essere portata via, si controllava lo stato di salute di coloro che entravano grazie anche alla fortificazione che cingeva la città e l’accesso obbligato dalle porte, si mettevano in quarantena i sospetti infettati, si bruciavano i vestiti di coloro che erano deceduti a causa del morbo. Come si vede la “profilassi” non era molto diversa da quella dei giorni nostri. A dir la verità le persone si affidavano anche ad altri accorgimenti meno, per così dire, ortodossi: le preghiere comuni, le processioni dei santi protettori, che, come è facile intuire, si rivelarono fonti di contagio ulteriore. Il Boccaccio nella sua opera afferma: “ma a nulla è valso”. Le persone morivano, morivano sole, senza un ultimo saluto dei propri cari, in particolare delle donne che svolgevano a quel tempo questa specifica funzione appunto di accompagnare a miglior vita… (ed anche oggi la mancanza di qualsiasi rito di commiato smuove le coscienze)

Il professore universitario sottolinea, scusandosi per un atteggiamento cinico e fuori luogo a fronte di un carico atroce di sofferenze umane, che la falcidia della popolazione generò per i sopravvissuti un miglioramento delle condizioni di vita. Abitazioni, possedimenti, attività sia di nobili che di persone umili passarono di mano agli eredi e a i “rimasti” (“…e tale che non aveva nulla si trovò ricco…”). La quantità di cibo pro capite aumentò e già in tempi ordinari sfamare una famiglia oltretutto numerosa non era cosa scontata; le attività di produzione e commercio ripresero; i salari, causa la mancanza di manodopera, furono migliori: le famiglie oltre che a sfamarsi quotidianamente, una volta la settimana potevano mangiare carne, e perché no!, ci si poteva recare in osteria a bere del buon vino; se a fine anno rimanevano ancora soldi si compravano capi di vestiario, certamente non broccati, velluti o seta, ma indumenti più dignitosi… In una sorta di circolo virtuoso nella penisola, Firenze ne è l’esempio lampante, rifioriscono le “corporazioni” della città, dai lanaioli, ai venditori di vino, dai macellai ai medici speziali…mentre i già ricchi vedono allargarsi i loro possedimenti e diventano ancora più ricchi. Questo fenomeno è così evidente e esteso che appare riduttivo parlare ancora di Medioevo; anzi proprio ora si gettano, sempre secondo il nostro professore universitario, le basi di quello che sarà una rinascita dell’uomo, l’umanesimo e il Rinascimento, con l’esplosione delle arti, della cultura, del piacere, della bellezza di una umanità che si è sottratta, almeno in parte, alle incombenze del sopravvivere quotidiano. Fondamentalmente accadde anche dopo la seconda guerra mondiale: una umanità ferita e dolente non si accasciò su sé stessa ma con una nuova spinta produsse un risveglio sociale economico senza pari. Anzi, mentre la guerra produsse morte, dolore ma anche distruzione e intere città furono rase al suolo, la peste lasciò intatte le ricchezze dell’uomo e permise ancor di più una ripartenza con voglia di vivere e maggior impegno.  

“Bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro”. (Tucidide).

18/12/2020

(Renato Vagaggini)

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