Un violino in un giorno di mercato

È sabato, il sole è già alto nel cielo e al mercato c’è un turbinio di gente. Mi sposto da un banco all’altro senza una meta precisa e penso alla tanto desiderata ripartenza dopo la tragedia causata dal Covid. All’angolo della piazza, là dove un negozio di alta moda espone la propria merce, c’è un ragazzo che suona il violino. Si vede che è un senza fissa dimora, un “pezzo” di società scaleno, un emarginato da guardare con sospetto. Tuttavia il violino e il suono che quel ragazzo ne trae sta compiendo un miracolo. Cosa evocano quelle note che si intrecciano tra loro e riempiono l’aria e si confondono con un brusio di sottofondo? Che voce può avere un sogno? Un impasto sinfonico che emerge e produce emozioni, che si districa tra mille altre vibrazioni, avulse ed estranee. Tenerezza, malinconia, struggenti ricordi, tutto si confonde ed è come se chi suona, piegando la testa sullo strumento confidasse un segreto all’amico più caro. Il ragazzo abbraccia la cassa e il manico, sfiora le corde con l’archetto quasi ad accarezzarle, c’è un reciproco dono, una simbiosi perfetta tra l’uomo e quel pezzo di legno sinuoso e lucido, l’immagine e il suono. La gente si ferma, col cellulare riprende la scena, commenta commossa, lascia una moneta. Quel ragazzo non appare più come un estraneo, non fa più parte di un mondo di miseria e d’oblio, suscita stupore, simpatia, è bello ascoltarlo, fa bene al cuore. Il mercato è esploso in una corsa frenetica agli acquisti più inutili, alla voglia esasperata di ripartire dopo la pandemia. Nella riacquistata e strana confusione rimane in un attimo sospeso, un frammento di agognata serenità fatto dal suono dolce e melanconico di un violino. La quiete dopo la tempesta. All’angolo della piazza c’è un ragazzo che suona, uno scarto, un escluso che stamattina è diventato eletto, importante, essenziale. Uno spiraglio di poesia semplice e vitale che mai come adesso, come in questa giornata d’estate, serve ad assaporare la meravigliosa bellezza della vita.

a.o.

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