Il favore

Nel silenzio di quest’alba di Ferragosto in città, penso che il miglior regalo che vi possa fare è un racconto inedito, rimasto per molti anni in un cassetto e saltato fuori all’improvviso. È anche una storia di mafia, o meglio, è la storia del dispensare favori e aiuti di cui la mafia si serve per dimostrare il suo potere e fare i suoi sporchi interessi, inizialmente e apparentemente senza chiedere niente in cambio. Una storia che nasce d’estate e finisce sotto le feste di Natale.

Una storia che si conclude con un evento inatteso a sancire la fine un incubo.

Inutile dire che tutto ciò che si legge è frutto di fantasia. Chi trova qualcosa di simile alla realtà vuol dire che ha molta più immaginazione del sottoscritto.

“Ferragosto era già passato da una decina di giorni, l’estate stava finendo ed erano arrivati i primi temporali a mitigare un caldo nebbioso e infernale. Ninuzzo voltò la testa e guardò sotto, verso la strada, oltre i vetri grondanti di pioggia. Che differenza tra quella grande città e il piccolo borgo siciliano che lo aveva visto nascere! Adesso aveva proprio freddo e tutta quell’umidità lo stava uccidendo, eppure dovevano essere abituati lui e Angelina durante tutti quegli anni passati in Lombardia. Tra pochi mesi sarebbero stati ventitré gli anni trascorsi da quando lui e la moglie se ne erano andati dal paese. Alla morte dei genitori, avevano deciso di salire su al nord, una città valeva l’altra, ma a Milano viveva un lontano parente di Angelina e così si trasferirono lassù in continente, in quella parte d’Italia tanto diversa dalla sua Sicilia, che pareva appartenesse ad un altro pianeta. Ninuzzo aveva subito trovato un posto come cameriere in un ristorante del centro, il mestiere era quello che aveva sempre fatto anche in paese. Era sempre stato veloce, preciso, aveva buona memoria e la battuta facile, così dopo un po’ di tempo era arrivata anche l’assunzione. Niente fumo, niente vacanze, niente cene fuori, nenti di nenti, aveva solo una piccola debolezza, un piccolo vizio che si era portato dietro dai tempi della naja: quello di spendere qualichi milli liri ogni domenica puntandole su un cavallo, all’Ippodromo dove correvano i purosangue, il suo sogno da sempre era stato possederne uno ma logicamente rimaneva qualcosa di irrealizzabile e lui, Ninuzzo, si accontentava di vederli correre e continuare a sognare. Adesso era là, di fronte a quella finestra del salotto, immerso nei suoi pensieri. E si che Ninuzzo di pensieri ne aveva da vendere, morendo il padre gli aveva lasciato un piccolo appartamento che, pressato dalle richieste, aveva deciso di affittare ad un suo compaesano. All’inizio gli sembrava di aver fatto un affare, Alfonso Piramo detto Fofò pagava regolarmente, prima ancora che finisse il mese i soldi arrivavano, precisi, puntuali, necessari. E negli anni quei soldi, anche se la cifra non era alta, si erano rivelati indispensabili per far studiare i figli, ma ora che i figli si erano laureati, Antonio Tindari detto Ninuzzo, aveva deciso di vendere quella casuzza e con il ricavato assicurarsi basi solide per affrontare la vecchiaia. E a questo punto, ecco il problema. Fofò che intanto si era accompagnato a una bella cubana più giovane di lui di una ventina d’anni, dapprima aveva promesso l’acquisto, poi aveva continuato a pagare l’affitto in maniera discontinua, poi aveva smesso di fare anche quello, negandosi al telefono, mandando solo piccoli acconti fino a quando Ninuzzo stufo aveva deciso di fare scrivere una lettera dall’avvocato. Da quel momento in poi tutto era precipitato e i loro rapporti erano proseguiti a forza di carte bollate di visti, di ingiunzioni e via dicendo, Ninuzzo aveva smesso di riscuotere e Alfonso Piramo detto Fofò aveva continuato ad “occupare” quelle tre stanze sulle quali il proprietario aveva riposto tante aspettative.

Quella sera Angelina aveva fatto un bel maccaruncinu con le sarde, ricetta dalle lontane radici che risaliva all’assedio degli arabi in Sicilia e che la donna sapeva trasformare in un momento di estasi per il palato del marito che puntualmente, da sempre di fronte al piatto fumante, si metteva a sedere ed esclamava “Bedda Matri”. Il suono insistente del telefono interruppe il rito e Ninuzzo, che già pregustava il sapore del finocchietto selvatico, dei pinoli e dell’uva passulina, rimase immobile con la forchetta a mezz’aria stretta tra le dita.

  • Pronto chi è? (avrebbe volentieri detto – Chi minchia è a quest’ora? – ma si contenne)
  • Buonasera Antonio, sono Alfonso.
  • Buonasera Alfonso che è stato?
  • Una cosa ti debbo dire, dalla casa io me ne vado solo se mi dai dieci milioni, ho parlato con il mio avvocato e mi ha detto che non mi può buttare fuori nessuno e a forza di carte e di bolli passano anni.
  • Ah così disse l’avvocato? Bene, allora sai che ti dico caro u’ me signor Piramo? Io i dieci milioni non te li do e dalla casa te ne vai u stissu!

Ninuzzo riattaccò la cornetta sbattendola prima che l’altro potesse replicare. Gli tremava la voce dalla rabbia quando, tornato in cucina precisa come un orologio svizzero arrivò la domanda della moglie:

Cu era? – chiese la donna.

Il marito, di fronte al piatto che ormai non fumava più, prima scosse la testa e poi rispose:

Era Fofò, ha detto che lui dalla casa non se ne esce, forse è meglio che chieda aiuto a Don Michele.

Angelina, che si stava riempiendo il bicchiere d’acqua, ebbe un sussulto, versò una buona parte del liquido sulla tovaglia e con voce implorante rispose:

  • Per carità Ninù, non ti fare venire male idee per la testa. Abbiamo vissuto così bene giù al paese, senza mai chieder niente a nessuno. Favori non ne abbiamo mai avuti e niente mai abbiamo dovuto dare. Nun annamu a cacciarci nei guai. Ti prego Ninù, basta poco, lo sai, basta una volta e poi il gioco lo conducono loro, noi diventiamo pupi e loro i pupari.

La sera si coricarono presto Ninuzzo e Angelina, lui sempre più convinto della propria idea e lei con l’ansia terribile che il marito commettesse una sciocchezza.

Quel pensiero non dava pace ad Angelina, tanto, ma così tanto, che la donna, quasi a placare la propria angoscia, il mattino seguente si recò in chiesa. Angelina spinse la porta a vetri, prima di abituare gli occhi all’oscurità dell’ambiente sentì l’odore inconfondibile delle candele. La prima messa era terminata da poco e qualche fedele stava ancora seduto, il rosario in mano e la testa reclinata sul petto.  La cappella dove era esposta la statua della Santa era sulla navata destra a fianco dell’entrata della sacrestia. La donna infilò in una fessura del muro una piccola banconota, la spinse con il ferretto appeso ad una catenella e dopo aver acceso una candela toccò i piedi consumati della scultura e si fece il segno di croce. Pregava Angelina, in una incessante giaculatoria, pregava snocciolando Pater, Ave e Gloria muovendo ininterrottamente le labbra e bisbigliando meccanicamente richieste, piena di speranza in un aiuto divino per impedire ciò che il marito si era riproposto di fare.

Intanto, come volevasi dimostrare, Ninuzzo, di nascosto alla moglie, aveva fatto una telefonata a Bartolo, il cugino, pregandolo di chiedere un favore a chi sapeva lui. L’uomo lavorava come cassiere presso l’Ufficio Postale, proprio di fronte al Circolo Garibaldi, il ritrovo più elegante del piccolo centro siciliano. Le vetrate del salone postale si affacciavano sulla piazza e attraverso di esse Bartolo vedeva, come in un film, la vita del paese che scorreva dal momento dell’apertura degli sportelli fino alla loro chiusura. Per quello che doveva fare bastava. Era sicuro che nel pomeriggio, appena “quella persona” si fosse seduta al tavolino per consumare come sempre la sua bevanda preferita, il cugino avrebbe fatto quell’ambasciata.

Michele Santapane sotto la tenda del Circolo, ordinò per la seconda volta un latte di mandorla. La piazza era bianca dal sole ma una leggera brezza marina stemperava il caldo delle sei pomeridiane.

  • Don Michele, c’è Bartolo l’impiegato delle poste che vorrebbe parlare cù vossia.

Santapane, detto “U itu” perché quando parlava spesso puntava il dito indice della mano destra a mo’ di avvertimento per chi lo stava ad ascoltare, alzò lo sguardo e fissò il cameriere con distacco. La brezza si era fermata, solo le cicale sui tigli al lato del Corso continuavano a frinire ininterrottamente. Via via che i secondi passavano, cresceva la tensione. Alla fine tre parole stanche e distratte, seguite da un impercettibile soffio, misero fine all’attesa. Voltando lo sguardo verso la scalinata della cattedrale “U itu” rispose.

  • E digli che venga.

La sera stessa all’ora di cena, in casa Tindari squillò il telefono. Questa volta si alzò Angelina, ma con uno scatto felino Ninuzzo, lasciato a mezzo il morso che aveva dato ad un bel pezzo di “sfinciuni della teglia” che le mani sante della donna gli avevano preparato, la sorpassò, afferrò la cornetta e poi con un bellissimo sorriso si rivolse alla moglie e disse: – È per me.

  • Buonasera Ninù sono Bartolo, Don Michele disse di non preoccuparsi, che la cosa pì tia la fa e la fa con grande piacere. Mi dissi puru che finalmente può dare una mano ad un bravo picciotto che se lo merita.
  • Grazie Bartolo – disse Ninuzzo – ringrazia pure a iddu e digli che sono in debito con lui.

Finita la conversazione l’uomo, si rimise a sedere a testa bassa, gli occhi puntati al piatto.

  • Cu era? – chiese la moglie.
  • Nenti, nenti, era Bartolo che aveva bisogno di un’informazione su di un cavallo sicuro. Ti saluta tanto.

Il terrazzo della cucina dava sul cortile pieno di biciclette e di bidoni dell’immondizia, Ninuzzo si era appoggiato alla ringhiera e guardava di sotto. Spesso stava così dopo cena, quando in estate l’aria e il caldo erano insopportabili, stava là un’oretta a godersi quel refolo di vento che a tratti muoveva. Quella sera, anche quell’alito leggero d’aria non riusciva a dargli piacere, anzi in verità gli dava quasi fastidio e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Quella sera non era sera e lui immerso nei suoi pensieri aveva rimorso per come si era comportato. Una vita passata tranquillamente senza farsi mai coinvolgere in quel dannato mondo di favori dati e di favori resi, in quel mondo di omertà che tanto aveva detestato…. e adesso? Chissà adesso cosa gli avrebbero chiesto? Così improvvisamente, dopo anni e anni di vita semplice e rispettabile c’era cascato. A pensarci bene direttamente lui aveva fatto poco, quasi niente, si era limitato a chiedere un favore, tutto il resto sarebbe stato sistemato da altri. Purtroppo questi altri prima o poi gli avrebbero chiesto il conto e il Sig. Antonio Tindari avrebbe perso per sempre la propria libertà. Guardò di sotto e per un attimo gli balenò in mente…… no, no ma cosa stava pensando, ormai la cosa era fatta e indietro non si poteva tornare. Si fece il segno della croce e rientrò in casa.

Per l’ennesima volta il telefono, che in quei giorni non aveva avuto posa, tornò a squillare e appena Ninuzzo alzò la cornetta il cugino non gli fece dire nemmeno una parola e con voce eccitata esclamò:

  • Sì nni partì. Piramo sì nni partì nella nottata. Ha caricato i mobili sul camion e se n’è andato. Le chiavi me le riportò in ufficio Carmelo, quello del piano di sotto. Ha detto che Fofò le aveva lasciate infilate nella porta di casa. Tanto ormai la casa era vuota, puru i rosoni del soffitto si portò u’ fitusu.

Se il cugino avesse potuto vedere il viso di Antonio Tindari mentre lo ascoltava al telefono, sarebbe scoppiato in una risata. Ninuzzo, che aveva, come la maggior parte dei siciliani, la carnagione scura, era sbiancato e poi diventato tutto rosso con la bocca slargata ed aperta in un sorriso beato.

– Beni beni! Perfetto! Dobbiamo ringraziare. Beni beni! Perfetto! Dobbiamo ringraziare- continuava a ripetere come se fosse stato un disco che si era incantato.

  • Ninù! Ehi Ninù mi senti? – fece il cugino- stasera se vedo Don Michele penserò io a ringraziarlo.

L’estate se ne era andata ed era passato anche l’autunno. In casa Tindari, se ne era andata anche la serenità, non si viveva più. Marito e moglie aspettavano che da un momento all’altro qualcosa venisse loro richiesto per compensare il favore ricevuto. Ogni volta che squillava il telefono o suonava il campanello, erano sospiri, ansie e tuffi al cuore. Ninuzzo non correva più a rispondere ma, qualunque cosa facesse, si fermava e rimaneva immobile ad attendere che Angelina gli dicesse chi era – Il postino Ninù – La Luisa del piano di sopra – Avevano sbagliato numero Ninù – così che Ninuzzo sospirava e tornava alla vecchia occupazione.

Quella domenica pomeriggio Bartolo se ne stava seduto sulla panchina della piazza del paese, mancava poco a Natale ma le temperature ancora miti di quel pezzo di Sicilia invogliavano a godersi i tiepidi raggi del sole. Il ragazzo attraversò la piazza dirigendosi verso Bartolo e quando fu di fronte all’uomo disse:

  • Signor Bartolo, Don Michele vi vorrebbe parlare.

Bartolo alzò lentamente la testa e guardò il ragazzo

  • Adesso?
  • E quando sennò? Adesso mi disse.

Bartolo si alzò e si diresse verso il Circolo Garibaldi rimuginando tra sé e sé “Chissà cosa vorrà da me Don Michele?”

Don Michele Santapane, detto “Itu” era seduto al tavolino vicino alla finestra spalle al muro, da quella postazione poteva controllare tutta la sala del circolo. Chi entrava e voleva parlargli doveva attraversare la grande stanza facendosi largo, sotto gli occhi di Don Michele, tra i tavoli, tra coloro che giocavano a carte, tra coloro che fumavano e discutevano, insomma questo percorso alzava la tensione in chi lo doveva incontrare. Così fu per Bartolo.

  • Sabbenedica, baciamu li mani a Vossia. Mi avete fatto chiamare? – Salutò, scandendo bene le parole, Bartolo quando fu di fronte all’uomo.
  • Assettiti! – Rispose facendo segno con la mano Don Michele.

L’aria si era fatta pesante fin da subito, Bartolo pendeva dalle labbra di Don Michele e Don Michele continuava a fissarlo e stare zitto, poi, puntando il dito indice della mano destra, disse:

  • Come state Bartolo e il lavoro come va? So che vi hanno passato di grado, siete diventato caporeparto. Bartolo fece cenno di sì con la testa, ma chi minchia gliel’aveva detto a “Itu” che lui aveva avuto la promozione.
  • E vostro cugino Ninù sempre a Milano sta? Malo tiempo in quella città del continente, troppa nebbia, troppo freddo e poi troppo lontana, lassù al nord. Qua al paese dovrebbe tornare dove c’è il sole, c’è il mare, ci sono gli amici che al bisogno possono dare una mano. E le ultime parole Don Michele le scandì sibilando e facendo un mezzo sorriso.
  • È vero Vossia ma Ninù ormai si è sistemato, i figli lavorano nella stessa città, tornare al paese non è cosa.
  • Dimmi Bartolo, come avrebbe fatto vostro cugino Ninuzzo con Fofò se non ci fossero stati gli amici? Tu veramente credi che quel fitusu di Alfonso Piramo se ne sarebbe andato?

Bartolo rimase zitto ma già sapeva dove Don Michele sarebbe andato a parare. Era arrivato il momento di ricambiare il favore. La cacciata di Fofò dall’appartamento era stata una cambiale allo sconto ed ora bisognava pagare.

Don Michele si accese una sigaretta, scosse con lentezza la mano col fiammifero spengendolo, fece una bella tirata e soffiò il fumo in alto, poi guardò verso la piazza attraverso il vetro della sala e riprese puntando nuovamente il dito indice verso il povero Bartolo.

  • Tu sei un uomo dabbene Bartolo, volenteroso, mi dicono che sei preciso ma soprattutto discreto. Molto discreto.

Bartolo si guardò intorno come a cercare una via d’uscita a quella situazione incredibile ma non trovò altro che persone intente a giocare, leggere, parlare e Don Michele, serio in volto, che continuava a fissarlo. Ebbe un momento di esitazione, la volontà di scattare, di mandare al diavolo l’uomo che gli stava di fronte, tutto il Circolo, perfino il cugino, “Che vadano o diavolo” pensò poi invece subentrò la paura. Quello stillicidio di sottintesi, di parole dette e non dette, di velate provocazioni, lo stavano annientando. Prima finiva quella situazione e prima era libero di tornarsene a casa. Così rispose.

  • In cosa posso essere utile a Vossia?

La faccia di Don Michele si aprì nuovamente a un sorriso. 

  • Cosa semplice è. Passato Natale verrà a trovarti allo sportello un amico carissimo che ha ereditato da un lontano parente una bella somma. Vuole depositarla su di un libretto.
  • Scusate Don Michele e che c’è di strano?
  • Nenti, Bartolo nenti, il defunto uomo all’antica era, teneva tutti i risparmi nascosti in casa. Tutti contanti sono e l’amico mio, è uomo discreto e riservato. Le segnalazioni antiriciclaggio di questi tempi sono cose antipatiche e lui, padre di famiglia, grande lavoratore, persona onesta è. Grande sarebbe l’umiliazione di dover giustificare quello che deriva da una vita di lavoro e da un grande dolore. La perdita dell’amato congiunto.

Quella sera stessa, in casa Tindari squillò il telefono. Come sempre all’ora di cena. Ninuzzo alzò la cornetta di malavoglia.

  • Pronto chi parla?
  • Buonasera Ninù sono Bartolo. È successo.
  • Buonasera Bartolo, e che successe?
  • Quello che doveva succedere Ninù. Don Michele vuole reso il favore. Ma lo vuole da me. Qua a schifìo finisce. Ci siamo dentro tutt’e due, mi devi aiutare Ninù.

Cadde il silenzio, Ninuzzo non si attentava a chiedere al cugino di cosa si trattasse ma fu Bartolo a continuare e a raccontare tutto, di come si era svolto il colloquio con Don Michele, delle allusioni fatte, della richiesta di accettare un versamento di contanti senza fare alcuna segnalazione.

Finita la spiegazione disse:

  • Caro cugino i cosi longhi diventano serpi. Qua se faccio come dice Don Michele sono nei guai io, se non gli rendiamo il favore sei nei guai te e se denunciamo il fatto ai Carabinieri siamo nei guai tutt’e due. Dobbiamo studiare qualcosa, iniziamo a pensare cosa, sennò te lo ripeto, a schifìo finisce.

Bartolo riattaccò e lasciò Ninuzzo inebetito con la cornetta in mano ad ascoltare il tuu tuu tuu del telefono.

I giorni che seguirono passarono senza grandi novità, e l’ansia che nelle due famiglie aveva riempito l’aria era diventata insopportabile.  Per Ninuzzo sembrava essere tornato indietro nel tempo quando, complice il cugino, aveva chiesto il favore a Don Michele. Così, nuovamente quando squillava il telefono avere il coraggio di rispondere diventava uno sforzo sovrumano. Ninuzzo e Angelina portavano sul viso i segni della stanchezza e dell’angoscia che non davano pace.

Così era arrivata la settimana di Natale, alla festa mancavano tre giorni per l’esattezza. Quella sera Angelina aveva deciso di cucinare le acciughe e farle marinate. Ninù, il suo Ninù ne andava letteralmente pazzo. Il cibo e la buona cucina della moglie era l’unica cosa che gli dava sollievo in una vita che era diventata d’angoscia

Finalmente la fila alla cassa si era diradata, anche perché ormai si era fatto tardi, l’antica e premiata pescheria “Sciannaru” dalle parti dei Navigli stava per chiudere i battenti.

  • E come è successo? chiese Angelina alla commessa, fermandosi con una banconota a mezz’aria nell’atto di pagare.
  • Sembra sia stato un regolamento di conti tra cosche rivali- rispose la bella cassiera con aria annoiata- Alla Tv hanno detto che il morto ammazzato non era più tanto potente e viveva nella continua paura che qualcuno gli potesse fare la pelle. Si limitava a fare qualche piccolo piacere, piccoli ricatti, qualche prestito ad usura. Insomma, da grande che era, pesce piccolo diventato era. Piccolo e scomodo. Pensi un po’ signora Tindari che, dopo morto, gli hanno tagliato il dito indice della mano destra. Chissà perché? Beninteso questo è quello che hanno detto alla Tv. Bugiardi loro, bugiarda io.
  •  
  • E com’è che si chiamava quello senza il dito, insomma il morto ammazzato? Domandò Angelina.

La ragazza alzò gli occhi verso il soffitto e aggrottò la fronte nell’atto di sforzarsi a ricordare, poi rispose:

  • Zito… no aspetti… Tito, mi pare, ma questo era il soprannome. Caropane, pane….pane, Santapane! – Esclamò sorridendo soddisfatta – Ecco si, Santapane. È un nome che rimane impresso.

Uscì Angelina e si immerse nei festoni e nelle luci del Natale imminente, nelle vetrine addobbate e decorate di mille colori, nella fretta e nei sorrisi dei passanti. La donna aveva le labbra distese ad un mezzo sorriso e gli occhi puntati a mille sguardi. Tutti sembravano conoscere quella storia, una storia che in fondo era finita bene. Angelina si strinse il bavero del cappotto coprendosi la gola e lentamente, immersa nei suoi pensieri, si avviò verso casa.”

a.o.

«Rifiutate i compromessi. Siate intransigenti sui valori. Convincete chi sbaglia. Rifiutate il metodo del “saperci fare”…non chiedete mai favori o raccomandazioni…»

(Antonino Caponnetto)

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