Rimarranno i ricordi…

La storia si ripete, a volte passano, giorni, a volte mesi a volte, come in questo caso, decenni. Sta piovendo da giorni in maniera intensa, alle tre di notte suona il cellulare, è una voce disperata quella di mia sorella: «Siamo allagate e l’acqua continua a crescere, è andata via la corrente, ho paura». Rimango per un attimo in silenzio, cerco di realizzare. Il Bisenzio e il Marina, i fiumi che mi hanno visto ragazzo, hanno rotto gli argini ed hanno invaso tutta l’area, compresa la zona dove abita Monica. Non posso far nulla se non cercare di dire qualche parola di conforto e sperare che smetta di piovere. Mi alzo e mi rivedo bambino a Firenze quando nel 1966, lo stesso giorno di novembre esondò l’Arno. La storia si ripete. Le notizie che rimbalzano alla radio e in TV giungono all’alba e non sono confortanti, le zone sono isolate, senza corrente e i cellulari si stanno scaricando rendendo difficilissimo comunicare. Riesco a chiamare, l’acqua si è fermata e ha smesso di salire, ma è un lago dentro e fuori, gli scantinati e le autorimesse sotto il piano stradale sono scatole piene d’acqua. C’è di tutto in quel garage, perché mia sorella era in attesa di traslocare e portare gli oggetti più cari nel nuovo appartamento. Anche i quadri del babbo, un bene di valore affettivo che non ha prezzo. I giorni che seguono sono concitati e le notizie si rincorrono, ci sono morti e dispersi, manca la corrente, l’acqua è inquinata, le aziende sono in ginocchio, un lago enorme di fango marrone sta spengendo anche quel barlume di speranza che ti aiuta ad andare avanti. Non è facile raggiungere la casa di mia sorella, ci sono le strade impraticabili, i posti di blocco che impediscono la circolazione per non intralciare i soccorsi, le masserizie accatastate lungo le strade, le macchine di traverso in attesa di essere spostate. Quello che provo è angoscia, dolore, impotenza. Finalmente riesco a arrivare. Quello che vedo è un girone infernale. Scendiamo insieme nel sottopasso, l’acqua è ancora alta una trentina di centimetri. Ha aspettato me prima di aprire il garage e quello che appare dentro non ha più una forma ma assomiglia molto ad un ammasso informe di fango che gocciola. La dentro ci sono i ricordi, i sogni, il futuro e purtroppo anche l’immagine del presente. Iniziamo a sgomberare, l’aiuto dei volontari è essenziale, sono tantissimi. Ragazzi e studenti, giovani, alcuni molto giovani, tanti sono i dialetti che si mescolano in un coro di ordini, di comandi, di richiami, anche di risate, perché la vita a vent’anni ha un pugno di ricordi ma una moltitudine infinita di sogni, di progetti, di speranze. Divani, poltrone, stoviglie rotte, vestiti, tappeti, elettrodomestici, computer e chi più ne ha più ne metta. Tutto da buttare in una montagna di affetti coperti di mota, al lato della strada. Stasera passeranno i camion a caricare il tutto, a portare via un pezzo di vita e lasciare un cuore ferito. Su di uno scaffale gocciolante, intravedo una cornice, ci sono i quadri che nostro padre collezionava. Li trasporto tutti di sopra scivolando più volte sulla rampa di accesso e rischiando di farmi male. Riesco a mantenere l’equilibrio con le tele in mano. Sembra la scena di un film. Appoggio quei pezzi di vita su di una cassapanca rotta rimasta stranamente pulita e lavoro furiosamente per toglierli dalla cornice e passare le tavole e le tele a mia figlia che lava, tampona, adagia ad asciugare. Mi passano davanti agli occhi lucidi dolci ricordi: la casa di Firenze, io bambino che guardo le e pareti zeppe di quadri, le spiegazioni su chi fossero coloro che li avevano fatti e che lui chiamava maestri, del loro modo di pitturare, della loro vita, del riconoscere il loro stile e la loro pennellata. Rivedo quel lontano novembre, le mie gambette magre a giro per il centro tra la mota e la luce fioca delle candele a casa la sera. L’incoscienza di un gioco. Oggi le idrovore continuano a pompare una fanghiglia liquida maleodorante e oleosa. Ma quant’è quest’acqua? Sembra non finire mai! In questi giorni guardarmi intorno reca dolore e angoscia. Oggi pomeriggio finalmente è uscito il sole, dal sottopasso riesco a vedere una striscia di cielo azzurro con qualche sfumatura di bianco e di rosa. La spalliera ormai vuota di una sedia infangata, in bilico sullo scalino, fa da cornice a questo quadro immaginario, sicuramente se mi sposto riesco a vedere il sole e basta questo a riscaldare il mio cuore. La voce affaticata di mia sorella distoglie i pensieri: «Le cose si ricomprano, la vita no. Rimarranno i ricordi» Ripenso ai quadri, al babbo che prepara il caffè, alla mamma che stira, alle mie gambette magre di bimbo, vorrei risponderle ma non ce la faccio. Mi sciolgo in un sorriso.

a.o.

2 Replies to “Rimarranno i ricordi…

  1. Se trattiamo male la natura questa ci ripaga con la stessa moneta
    E come hai detto i beni vanno e rimarranno nei nostri ricordi ed eventualmente si possono ricomprare le persone no.
    Comunque credo che nelle vere difficoltà fortunatamente le persone corrono ad aiutare chi si trovai in difficoltà. In Toscana è stato creato la dizione gli angeli del fango.

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