Malocchio

In un pomeriggio assolato di fine marzo, tanto per fare due passi, staccarmi dalle mie letture e dalla monotonia di un giorno di festa, dopo aver pranzato, mi avviai verso il podere. Le abbondanti piogge degli ultimi giorni mi davano pensiero e volevo controllare in che stato eran ridotte le fosse e lo sbalzo sotto strada. In verità era tanta anche la voglia di uscire e camminare, cosa che, per via del maltempo, non ero riuscito a fare da più di una settimana. Parcheggiai la mia piccola utilitaria nello spiazzo antistante il viottolo che porta all’oliveto per calzare i miei scarponi e iniziai la salita prendendo per lo sterrato. Appena mossi i primi passi, sul crocicchio di una piccola redola che costeggia un campo di ginestre, incontrai don Giordano, l’anziano parroco di B. che, a passo di lumaca, tornava dall’aver fatto visita alla vecchia Gina ormai inferma da anni.

«Buongiorno dottore, che ci fa da queste parti?»

«Buongiorno don Giordano, sono uscito di casa per fare due passi e arrivare all’oliveto, venga anche lei, faremo due chiacchiere»

«Con piacere…» rispose sorridendo il vecchio sacerdote, instancabile camminatore e sempre pronto a attaccar discorso.

Lungo lo stradello iniziammo a parlare di agricoltura e delle nuove tecniche di produzione che erano state incrementate in tutto il territorio.

Dopo la vigna della fattoria di C., alla prima svolta, mi fermai ad accendere il mio mezzo “toscano” e gettai lo sguardo ai solchi e ai pali che gli operai ultimamente avevano rimessi a nuovo, puliti e sistemati. All’inizio dei filari eran state piantate nuovamente le rose a guardia di possibili malattie dei vitigni. Nessuno pensava più a proprietà esoteriche di quei bellissimi fiori ma li considerava come piante spia di tante malattie della vite.

Dopo aver tirato una bella boccata e soffiato il fumo per attizzare la punta del sigaro esclamai:

«Bella la nostra Toscana con le sue colline, la sua storia, le sue tradizioni. Pensi un po’ che, nel secolo scorso, molti credevano che piantare le rose nei vigneti servisse a dare un sapore migliore al vino e qualcuno lo faceva addirittura per scaramanzia o superstizione. Da tempi immemorabili ormai, caro don Giordano, la gente di campagna ha smesso di credere a tutte queste sciocchezze. Si è emancipata.»

Don Giordano si arrestò per prendere fiato e asciugarsi la faccia con il fazzoletto, poi mi guardò e con fare sornione irruppe:

«Dia retta a me dottore, non abbia certezza che quella gente sia veramente cambiata. Le credenze popolari sono dure a morire»

«Ma come don Giordano?» – ribattei ostinato – «è vero che di contadini ce ne sono ben pochi, ma almeno quelli che sono rimasti, si sono affrancati da molte stupidaggini e adesso più che mai vale il detto “contadino, contadino, scarpe grosse e cervello fino.»

«Lei dice? Provi a togliere dalle loro teste la superstizione del malocchio. Ci credono dottore, credono più alla magia che alla religione e quando qualcuno di loro si ammala, prima chiamano il medico e poi di nascosto chiamano chi fa le “segnature” per combattere il maleficio.» –  Continuò tenace il prete, fermandosi nuovamente e scrutando la vallata opposta e più avanti il bosco di castagni e faggi –

«Vede lassù» – riprese – «al limite della faggeta quell’ammasso in pietra? Se guarda bene può immaginare un manufatto dismesso e ormai crollato, quando stava in piedi era poco più che un ricovero di quelli che i pastori usavano per le bestie e per ripararsi quando scoppiano i temporali. Ecco dottore, tanto tempo fa, quando ancora giovanissimo ero stato nominato da poco a reggere la parrocchia, lassù ci viveva l’Annina. Era una vecchia sola che campava di quello che ogni tanto riusciva a racimolare dalle offerte della gente della zona, dalla vendita delle uova di tre o quattro galline spelacchiate e dalla poca verdura che coltivava. Quando le risorse erano finite passava di casa in casa o da me in parrocchia chiedendo un po’ di pane e qualche spicciolo. Sempre sorridente, mai un lamento, le assicuro dottore che era una donna in odore di santità. Tutti in paese le volevano bene. Ora, deve sapere, che nel poggio di sotto, dalla parte di là che adesso non vediamo, viveva una famiglia di contadini. Nel corso degli anni si erano ingranditi e da un campo ne avevano acquistato un altro e poi un altro e poi un altro ancora. Avevano due coppie di bovi e una mucca, olivi, alberi da frutta, due staia di terreno a frumento e una ventina di lunghi filari di vigna. Nelle terre ci lavorava tutta la famiglia, babbo, mamma e quattro figlioli levandoci una buona rendita, insomma piano piano si erano messi da parte un bel gruzzolo e non se la passavano per niente male. Il figlio maggiore aveva preso moglie ma passavano gli anni e di eredi non se ne parlava. Le lascio immaginare dottore la rabbia, l’umiliazione e il dispiacere di quella gente. Poi, finalmente, dopo tanti patimenti, il loro desiderio fu esaudito e nacque un bel maschietto che riempì di gioia tutta la famiglia. Gli dettero nome Oliviero come il nonno ma era così bellino e delicato che per tutti diventò Verino.»

Don Giordano si fermò nuovamente e tirò fuori dalle grosse tasche interne della tonacona nera una scatolina di tabacco da fiuto, ne prese una piccola quantità tra l’indice e il pollice e la portò al naso aspirando rumorosamente. Poi, starnutì, mi guardò sorridendo e disse:

«È una cosa alla quale non so resistere, un vizio come si suol dire, ma innocuo, spero che il Buon Dio, non tenga conto di questa mia debolezza.»

Il parroco ripose con cura il piccolo contenitore nella tasca, scosse la testa e continuò:

«Con il passare degli anni però, arrivarono i guai, perché il piccolo Verino si ammalò. Una malattia strana che giorno dopo giorno lo faceva deperire e consumare come una candela. Purtroppo era un linfoma maligno, roba che lascia senza scampo. Chiamarono prima il medico e poi un “professorone” di Milano, pagando cifre da capogiro, chiamarono anche me con il dubbio che il demonio si fosse impossessato del piccolo. Li rassicurai, niente di tutto questo. Il piccolo continuava a dimagrire, la malattia lo mangiava. Quella povera gente non pensava più ai campi, cosicché anche i soldi che avevano messo da parte iniziarono a scemare. Erano disperati, diventando suscettibili l’un l’altro. Insomma una tragedia nella tragedia. Eravamo di questi giorni, poco prima di Pasqua e come tutti gli anni anche quella primavera passò dalla fattoria Fosco, il “castrino”, per fare il suo lavoro sul maiale e i polli. Lo sa vero dottore come sono fatti coloro che castran le bestie, si danno un sacco d’arie, sembra che sappian tutto loro sia di stagioni che di malattie, poi si scopre che son persone di poca culture e sputano sentenze senza cognizione alcuna. Fosco non faceva eccezione in tal senso salvo che per una consolidata nomea di astrologo e cartomante, di uno insomma che sapeva leggere e interpretare i segni del cielo. Il nome sembrava calzare a pennello: piccolo, tarchiato, di carnagione scura, indossava una casacca di fustagno che gli calava da tutte le parti, un cappello di feltro spesso e bisunto e un paio di scarponi di cuoio consumati fino all’osso. Sotto il naso, storto come una virgola, aveva un paio di baffi neri come la pece. Roba che a incontrarlo di notte avrebbe fatto paura anche al demonio. Fatto il suo lavoro, domandò del piccolo Verino e gli fu raccontata la storia. L’uomo allora chiese di vedere il bambino. In camera si inginocchiò vicino alla culla, lo scrutò a lungo, lo toccò, gli toccò la fronte e gli occhi, poi alzatosi si avvicinò al padre e gli sussurrò:

  • Non è malato. Ha il malocchio.

Il padre rimase interdetto come se avesse ricevuto una martellata sulla testa poi si riprese e gridò:

  • Malocchio? Malocchio? Tu scherzi vero!?
  • No che non scherzo, non è una malattia. Qualche invidioso gli ha voluto male e gli ha dato il malocchio. – Rispose Fosco calcando il timbro di voce sull’ultima parola.

Alla parola “malocchio” tutti i componenti della famiglia si guardarono intorno e parvero sentirsi addosso veramente tutto il peso di una stregoneria. Si avvicinarono l’un l’altro per farsi coraggio in attesa che il capofamiglia parlasse.»

Don Giordano smise di raccontare e come se volesse mettere ordine nei pensieri guardò giù, in fondo, verso il paese, poi tirò fuori nuovamente il fazzoletto, si soffiò rumorosamente il naso e lentamente riprese camminare in silenzio, poi continuò.

«Dopo un tempo che parve interminabile, il padre di Verino contenendo l’ira fissò gli occhi sul castrino e sibilò:

  • Ascoltami bene Fosco ora tu ci devi dire come si fa a trovare chi gli ha dato il malocchio -. Il castrino lo guardò intimorito e rimase in silenzio lisciandosi i baffi poi trasse un profondo respiro, allargò le braccia e rispose
  •  Non è difficile sapere chi è stato perché la prossima settimana ci sarà luna calante ed è quello che ci vuole. Sabato poco prima della mezzanotte svestite il bambino e gettate i panni e le coperte nel focolare dove avete messo a bruciare un bel ciocco di ginepro e aspettate che tutto diventi cenere sulla quale poi spargerete un cucchiaio di sale grosso, recitate un Pater, un Ave e un Gloria e poi andate a dormire. Al mattino la prima persona che busserà alla vostra porta è quella che ha dato il malocchio al piccolo Verino. A quel punto non vi rimane altro da fare che farvelo togliere, con le buone o con le cattive. – Detto questo Fosco riscosse il dovuto, accompagnato da una generosa mancia per i consigli dati, e, dopo aver benedetto Verino, se ne andò.»

Mi fermai a guardare il cielo e, un po’ per far riprendere fiato al vecchio sacerdote, un po’ per smorzare la tensione che stava crescendo in me ad ascoltare il racconto, esclamai:

«Si fermi un attimo Don Giordano, guardi le rondini, guardi quest’anno quante sono e come sono belle quando volano alte, sembrano giocare tra di loro e ringraziare il Signore. E senta le campane che suonano a vespro. Che pace Don Giordano, che pace! Tutto sembra dire che Pasqua è vicina

«Eh sì» – rispose – «c’è profumo di festa nell’aria, proprio come quella domenica mattina. La sera prima tutta la famiglia si era prodigata a seguire alla lettera le indicazioni di Fosco. Avevano messo a bruciare nel grande camino un bel pezzo di legno di ginepro, spogliato il bambino che poverino continuava a lamentarsi, atteso che i panni fossero diventati cenere, sparso il sale e recitati un Pater, un Ave e un Gloria in attesa del mattino e il mattino era arrivato quando alla porta di Oliviero bussò l’Annina. Dopo un primo momento di smarrimento il padre si precipitò ad aprire e la vide, cordiale come sempre, con un bel sorriso verso quella famiglia di contadini che sempre l’avevano aiutata, ma il sorriso si trasformò presto in una smorfia di dolore quando a forza di strattoni fu trascinata per le scale verso la camera del bambino. – Toglili il malocchio Annina – urlava il padre e giù un pugno sulla schiena – Se muore uccidiamo anche te – sibilava la madre – tirandola per i capelli. Chi la teneva stretta per un braccio, chi le urlava maledetta strega, chi le dava calci a non finire. Annina terrorizzata e dolorante era bianca come un cencio e balbettava aiuti alla Madonna e ai Santi fino a quando un forte schiaffo sulla testa la fece scivolare a terra dove non si mosse più. Nella stanza si sentiva solo il respiro affannato di Verino, tutti si guardarono tra di loro in silenzio e il padre esclamò: È morta! – Via via bisogna portarla fuori di qui, distante da casa, nel vecchio castagneto, prima o poi qualcuno la troverà. Così i due uomini caricarono l’esile corpo di Annina su di un carretto di legno e si inoltrarono lontano, sulla via che portava al bosco di castagni. La sera stessa di quel giorno, poco prima dei Vespri suonai le campane ad “agonia”, Verino ci aveva lasciati. Ricordo ancora gli occhi del padre e della madre di quel piccolo angelo quando mi chiesero di dargli l’Olio Santo. Al mattino dopo, poco prima che albeggiasse, alcuni operai addetti al taglio del bosco mi mandarono a chiamare per assistere l’Annina. L’avevano trovata morente in una piccola radura vicino al sentiero e l’avevano portata nella sua casupola di pietra al limite della faggeta.»

«E questi delinquenti non furono arrestati?» irruppi indignato e sorpreso dalle parole del vecchio sacerdote.

«La vicenda è rimasta sempre per tutti un mistero. Annina mi raccontò tutto in confessione, poco prima di morire, perdonando chi le aveva fatto del male. Ora mi dica lei dottore, ho ragione oppure no a dubitare che quelle assurde superstizioni siano uscite da quelle zucche vuote?» Terminò Don Giordano tirando nuovamente fuori la scatolina di tabacco da fiuto dalla tonaca nera oramai impolverata.

a.o.

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