Scarti

In fondo non è cambiato nulla come scrive un caro amico del blog. È vero, mi sembra di rileggere una pagina del romanzo Il Gattopardo Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, ma non è su questo che voglio fare la mia riflessione. Le parole sono pietre, pietre pesanti o leggere, dipende dalla loro forma, dalla consistenza, da come occupano spazio nella nostra mente, nel nostro cuore, da come vengono dette. Possono essere arma efficace per lapidare il nostro prossimo. Utilizzarle in maniera attenta permette di aprire porte, di rincuorare, far crescere, abbattere muri di egoismo e di indifferenza, trovare soluzioni di pace. Le parole servono a far emergere ricordi, il tono con le quali vengono dette serve a scoprire qualcosa di noi che fino a quel momento tenevamo nascosto. A volte le parole sono belle da dire, altre volte lo sono un po’ meno, altre ancora possono rendere euforici, altre rattristare.

Selezione e carico residuale, le parole riferite ai migranti sulle navi Ong, dette dal ministro dell’Interno qualche giorno fa, non mi sono piaciute. Lo so che non sono il solo che la pensa così, che questi termini hanno sollevato un coro di proteste, di indignazione, di riprovazione e condanna. In me hanno suscitato anche dolore e impotenza. E non importa se quegli esseri umani hanno evitato la “selezione”, sono stati curati o sono stati fatti scendere a terra: il dolore non cessa, rimane un dolore sottile che riporta alla mente tempi bui della storia recente dell’umanità. Nel capitolo 13 di “Se questo è un uomo” di Primo Levi si parla di selezioni e si legge – Qui, davanti alle due porte, sta l’arbitro del nostro destino, che è un sottufficiale delle SS. Ha a destra il Blockältester, a sinistra il furiere della baracca. Ognuno di noi, che esce nudo dal Tagesraum nel freddo dell’aria di ottobre, deve fare di corsa i pochi passi fra le due porte davanti ai tre, consegnare la scheda alla SS e rientrare per la porta del dormitorio. La SS, nella frazione di secondo fra due passaggi successivi, con uno sguardo di faccia e di schiena giudica della sorte di ognuno, e consegna a sua volta la scheda all’uomo alla sua destra o all’uomo alla sua sinistra, e questo è la vita o la morte di ciascuno di noi –

Mi sento impotente di fronte a decisioni che non dipendono dalla mia volontà e con le quali non mi sento in linea per niente. Non posso cambiarle. Allora scrivo, è la mia arma, un’arma molto diversa da quelle che la pazzia dell’uomo usa per fare la guerra, ma almeno in parte, ugualmente efficace.

L’ultima volta che ho ascoltato le parole “carico residuale” è stato casualmente durante lo svuotamento di una cisterna di gasolio nei contenitori di un distributore di benzina. L’autista imprecava perché nell’autobotte rimaneva sempre uno scarto di carburante che non poteva essere travasato.

La parola “scarto” è qualcosa che non riguarda solo la quantità di scorie e rifiuti che provocano danni ambientali o parte dei generi alimentari che giornalmente finiscono nel cassonetto dell’immondizia ma esiste, in questa società egoista, la cultura dello scarto nella quale, suo malgrado, finisce anche l’uomo. Un foglio strappato e buttato nel cestino, una scatola di cartone, una buccia di mela, un golf macchiato, una bottiglia vuota, un bullone arrugginito e spanato… Potrei continuare per ore ma l’uomo non è questo.

È contrario alla logica ridurre ad una classificazione l’essere umano proprio perché ciascuno di noi è unico e irripetibile e soprattutto ha una dignità inalienabile, inviolabile e che deve essere rispettata, tutelata e, per citare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, “…non è soltanto un diritto fondamentale in sé, ma costituisce la base stessa dei diritti fondamentali”.

Signor Ministro, la prego, la prossima volta presti maggiore attenzione a come usa le parole, non tanto perché incomprensibili o “bizzarre” (termine caro al Presidente del Consiglio) ma perché con le parole si può offendere e ferire non solo le persone alle quali esse sono indirizzate ma anche chi ascolta o chi legge.

Sbaglia chi pensa che catalogare come merce gli esseri umani sia un atto con una precisa connotazione politica, è semplicemente un atto al quale risulta impossibile attribuire anche un solo aggettivo.

a.o.

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